Unipop sulla scena del Crimine

Imperdibile la prima intervista di Erica Roveglia (addetta stampa della nostra Associazione) ad uno dei nostri docenti: Maurizio Roccato.

Non consideratele interviste, piuttosto chiacchierate in libertà con i docenti, che con il loro impegno e sapere, contribuiscono ad ampliare il patrimonio didattico dell’Università Popolare di Vercelli.

150 corsi non bastano a valorizzare le opportunità di arricchimento offerte dalla “Cittadella” di via Attone Vescovo 4. I potenziali studenti chiedono di più ovvero conoscere il percorso umano e professionale di chi siede in cattedra.

Inauguriamo dunque questo “modus operandi” dal Dipartimento di Scienze Umane che, per il quarto anno consecutivo, ci porta sulla scena del crimine. Maurizio Roccato, alle redini dei corsi di Criminologia, nei panni di profiler, ci illuminerà sul come e perché le persone uccidono.

Per lui le giornate dovrebbero doppiare le ore: scrittore, editore, membro attivo di “La Rete”, l’associazione che si occupa di promozione e rivalutazione del patrimonio storico, artistico e architettonico della città di Vercelli, consigliere di VercelliViva, collaboratore di Roberto Paparella, il Direttore del Museo di Arte Criminologica, ospitato nel Castello di Casale Monferrato.

Chi è Maurizio Roccato?

Foto_Maurizio_RoccatoHo 45 anni e sono padre di un ragazzo di 13 anni. Lavoro come impiegato in un’ azienda bio-chimica. Da qualche anno, con discreto successo, mi sono cimentato nella scrittura di gialli e, parallelamente, mi diletto di sedere dall’altra parte della barricata per leggere chi scrive. Sono infatti co-editore di “Undici edizioni”, col mio socio Celestino Giuseppe.

Come mai una tesi in Antropologia Criminale?

Partiamo dagli albori: sono un archeologo mancato. A pochi esami dalla tesi sono stato informato che la mia docente aveva ottenuto una cattedra a Milano e che avrei dovuto ultimare il mio percorso accademico fuori regione, integrando molti crediti. Ho deciso allora di proseguire il mio iter ai piedi della Mole, optando per un esame in Antropologia Fisica. I i primi accenni alla repertazione di resti umani mi hanno incuriosito a tal punto da voler approfondire l’Antropologia Criminale. Ricordo che il mio relatore Melchiorre Masali, da tempo, cercava disperatamente chi volesse cimentarsi in questa disciplina, ancora lontana dallo spopolare. Quando gli diedi la mia piena disponibilità, lo commossi.

Perché proporre una disciplina così complessa all’Università Popolare?

Unipop è una piattaforma unica che abbraccia tante materie, dalle più semplici alle più impegnate, offrendo una panoramica di approfondimento a 360°. E’ stato per me naturale contattare Paola, la Presidente, per chiederle di includere nel programma gli studi criminologici.

I tuoi corsi partono da una domanda “come e perché le persone uccidono?”

In aula prenderò in considerazione delitti realmente accaduti, casi che hanno impresso di inchiostro pagine e pagine di giornali, passando dagli efferati crimini di Jack lo Squartatore, a quelli del Mostro di Firenze, per confluire nel caso Garlasco. Riconducendo a categorie gli atti criminosi e, partendo dagli spunti offerti dalla scena del crimine, si indagherà l’origine dell’impulso omicida. La lezione servirà per operare dei confronti tra i metodi investigativi odierni e quelli passati, dimostrando come le conclusioni sono spesso determinate dallo stato della scienza in quel contesto storico. Non dimentichiamo, ad esempio, che i primi delitti del mostro di Firenze non sfruttavano l’analisi del DNA. Per cui possiamo dire che uno stesso delitto ammette conclusioni assai differenti se riletto con la lente di ingrandimento dello scienziato moderno.

Assistiamo ad una rinobilitazione di Cesare Lombroso e il tuo saggio “Un delitto senza colpevoli” contribuisce a questo revival. Quale è il senso della rilettura del padre della Criminologia?

Lombroso ricercava la ragione per cui si commettono mostruosi crimini, secondo lui bisognava sondare la “predisposizione al delitto”. Da buon scienziato positivista sezionava cadaveri, confrontava organi per produrre statistiche, anche se il suo metodo lo fuorviò portandolo a conclusioni errate. Oggi le neuroscienze, per spiegare l’aggressività, ridanno importanza al patrimonio organico del soggetto, non soltanto ad aspetti psicologici e caratteriali. Dettò scalpore che un giudice ridusse la pena di un imputato adducendo la sua debolezza cromosomica, con buona pace di Lombroso.

Come scrittore da quali autori ti sei fatto ispirare?

A essere sincero non ho dei modelli letterari. I miei gialli come “Solo il caso”, “Passione sepolta”, “Candelle nella notte” sono accomunati dalla volontà di contestualizzare in modo realistico quanto mette in moto la trama. Preziosa è stata la conoscenza, poi tramutata in amicizia, con il criminologo Maurizio Coronato, ormai scomparso, che mi ha preso letteralmente per mano nel condividere la sua ricca esperienza trascorsa sulla scena del crimine. Si era formato a Cliveland negli anni’60 e mi ricordava sempre che, durante l’esame in dattiloscopia, il suo professore gli diede 3 minuti esatti per rilevare un’impronta , repertarla e decifrarla. In Italia la stessa operazione richiede settimane, se non mesi. Il suo supporto si è rivelato utile nella ricerca che accompagna sempre i miei scritti, tutti sono ispirati a storie vere.

Sei in attesa di conoscere il verdetto dell’editore sul tuo ultimo romanzo…ci puoi anticipare qualcosa?

Partiamo dal titolo, si chiama “I miracoli del sangue”. La storia ruota intorno al ritrovamento, su una panchina, di alcuni resti umani avvolti in una pagina della Stampa Sera del ’68.. Un cold case che, proprio perché irrisolto, ha stimolato la mia fantasia.