Pubblicheremo 3 racconti dei partecipanti al Corso “Scrittura Creativa”dell’Anno Accademico 2019-2020.
Il docente è lo scrittore e giornalista Remo Bassini.
RACCONTO 1
Il testamento di P.
di Laura Tarchetti
Arriva il momento in cui si ha la sensazione di non poter più rimandare. Nel corso degli ultimi tempi ci ho pensato spesso, ma ho sempre fatto finta di non farlo, spostando subito l’attenzione su qualcosa o qualcun altro, a seconda del momento. Un’auto ferma in coda con i finestrini abbassati da cui proviene una canzone sconosciuta, una nuvola a forma di drago che avanza ruggente verso il mare, una pozzanghera in cui intravedo il riflesso di una parte di me, un gruppo di operai che dispone le segnalazioni di apertura di un cantiere, nelle prime luci del mattino. Un’altra immagine, un altro pensiero, e via ancora con un’altra immagine. Passare oltre, vietato fermarsi.
Ma le mie giunture ora stanno scricchiolando, la stanchezza sta prendendo il sopravvento e ho paura che, continuando a ignorare la mia situazione di evidente decadimento fisico, non riuscirò a portare a termine nemmeno queste poche righe. Prendo coraggio, raccolgo le ultime energie, scrivo, allora.Ho compiuto cinquant’anni l’autunno scorso: non sarebbero nemmeno tanti, se non fosse per questo lavoro massacrante, spaccaossa, che ha cominciato a uccidermi tempo fa, che continua a uccidermi lentamente, minando ogni parte del mio corpo. Io gli ho dato l’anima, lui se l’è presa e, in cambio…niente, ecco.Vedo la fine, penso sia questa la mia ricompensa, la mia liberazione. Forse resterà di me un ricordo, un’emozione, un po’ di commozione. Rabbia, magari, anche, chissà. Non ho scelto, mai. Ho accettato, sempre. Il mio lavoro è stata la mia vita, e viceversa. Mio padre, pace all’anima sua, ha deciso per me: il suo prediletto, tra i suoi numerosi figli, forse perché ha potuto plasmarmi a suo piacere. Un simbolo del suo narcisismo, della sua sete di immortalità. E io nel bene e nel male, condannato a vivere, e ora, a morire.Facile, si dice che ci sia sempre una via d’uscita, che la vita è costruita da noi stessi. Facile, per chi si ferma alle apparenze, per chi giudica da ciò che vede e non riesce a cogliere l’essenza, il cuore nascosto. E tu, che ora mi leggi, ci riuscirai?È l’alba, che è il momento della giornata che preferisco: l’ora in cui non si mente, sospesi tra un sogno che va finendo e la realtà che va svegliandosi. È l’attimo in cui mi sento fiducioso, quando il giorno è ancora solo una promessa. Oggi però è ancora buio quando già dovrebbe diffondersi il chiarore, piove fitto e il traffico solleva una nebbia grigia di gocce indecise tra cielo e asfalto. Ogni tanto, un tuono, una raffica di vento, e io ho paura. Siamo in estate, ma non sembra, se non per la temperatura piacevole: in una fotografia scattata ora potrei sembrare un vecchio immortalato in uno scorcio di autunno inoltrato. Con un po’ di fortuna, però, con tutta quest’acqua, i miei contorni potrebbero sfumare senza rivelare le mie reali condizioni. Ho ancora tempo, comunque, prima che Lei arrivi. Ecco, sì, vorrei vederla un’ultima volta, farle sapere che, qualunque cosa accada, è al sicuro.Ho incontrato migliaia di persone, non ho conosciuto nessuno. Molti sono passati in fretta, solo un attimo, di sfuggita, neanche il tempo di scorgerne le fattezze, altri si sono fermati un poco di più. Alcuni altri, ancora, sono diventati invece presenze familiari, per periodi più o meno lunghi, ma solo qualche volto mi è rimasto impresso nella memoria. Quello di Lei, appunto, nemmeno so perché. Empatia, chimica, colpo di fulmine, il caso, non importa. Ho visto andare e venire famiglie intere, uomini soli, abitanti del posto, gitanti, lavoratori, vecchi, giovani, bambini, turisti, stranieri, neonati. Lo scorso anno, proprio qui, è nato un bimbo. Mi sono commosso un po’, mi sono sentito partecipe, pur non avendo fatto nulla. Ero soltanto presente, tutto lì. Ho pensato stupidamente che quando fosse stato grande, avrebbe forse potuto ricordarsi di me, magari con un sorriso. Ma ho visto anche qualcuno morire, nel corso degli anni. In quei casi, invece, avrei soltanto voluto defilarmi, sperando che nessuno pensasse che potesse essere dipeso da me. Ero soltanto presente, come sempre, tutto lì.
Non ho nulla da lasciare, quindi forse è esagerata la parola testamento per definire queste mie poche righe. Non possiedo nulla, se non queste mie spoglie che saranno certo un peso per chi se ne dovrà occupare. Ma si passerà oltre, come accade con chiunque e con qualunque cosa. Magari potrei avere qualcosa da insegnare, certo, questo sì, è sempre una questione di esperienza. Sono convinto di averne molta, nel mio campo. Per insegnare, però, bisogna avere come controparte qualcuno che impari, che abbia intenzione di farlo. Esiste questo qualcuno? Non ne ho idea, e non potrò saperlo mai: posso soltanto sperarlo, mentre tu, che mi sopravvivi, probabilmente lo scoprirai presto.Nel frattempo, piove più di prima, soffia un incessante vento tagliente e il sole, che non posso vedere, dev’essere ormai alto: sono sempre più spossato e sento che sto cedendo, stremato, come se dovessi addormentarmi da un momento all’altro. Posso sentire distintamente lo scricchiolio delle mie ossa, nonostante il rumore del traffico e del temporale. L’umidità mi attraversa implacabile, determinata a darmi il colpo di grazia. Voglio resistere, devo soltanto ancora vedere Lei. Di solito passa in tarda mattinata, quando si dirige verso il casello autostradale per raggiungere il posto di lavoro. Non so che ore siano, ma a giudicare dalla luce è in ritardo. Intravedo solo la sagoma delle auto che passano, tra le luci degli stop che si accendono ad intermittenza e i tergicristalli che vorticano frenetici.Poi, eccola, nella sua auto bianca… un minuto, due al massimo, prima che scompaia dietro la curva, laggiù in fondo, direzione levante. La fisso lungo il percorso, per imprimermela bene nella memoria, perché sia la mia ultima immagine, e Lei se ne va in una nuvola d’acqua, i fari accesi, incurante di me, verso la sua giornata, probabilmente una giornata come tante. O forse no.
Ora, finalmente, posso andarmene anch’io.
Genova, 14 agosto 2018
P. Morandi

