Le riflessioni di Guido Michelone sull’evoluzione del panorama musicale contemporaneo: dal jazz all’hip-hop passando per il fenomeno “YouTuber”
Un Anno Accademico davvero prolifico per l’Università Popolare di Vercelli che, a poche settimane dal debutto dei corsi, riesce ad agganciare un profondo conoscitore del panorama musicale italiano per la prima di una lunga serie di conferenze in calendario. L’appuntamento cade mercoledì 28 novembre, al Ridotto del Teatro Civico, dove il vercellese Guido Michelone terrà l’incontro dal titolo“100% di musica italiana. Cent’anni di capolavori, viaggi paralleli tra suoni e immagini”. Una conferenza se vogliamo interattiva perché non si parlerà solo di musica ma si farà musica grazie al fattivo coinvolgimento degli allievi del Liceo Lagrangia. Abbiamo dunque contattato l’eclettico Professore per far emergere alcuni aspetti poco noti della sua ricca produzione libraria e per conoscere il suo giudizio sullo spopolare dei “Talents”, che rivoluzionano i meccanismi alla base dell’industria musicale italiana, sotto la parvenza di una selezione più democratica. Il saggista si sofferma sull’evoluzione del jazz, argomento centrale nella sua produzione letteraria, in generi più contemporanei come l’hip-hop e il rap. Ad un docente non potevamo chiedere il suo “sofferto” parere sul impoverimento dell’educazione musicale laddove sarebbe più opportuna. A dimostrazione di come il successo non sempre corrisponde sempre a preparazione e sacrificio.
Professore quali saranno gli argomenti della conferenza?
Gli argomenti sono tantissimi e per restare fedele al tema della mostra tratterò in musica lo stesso percorso compiuto dalle arti figurative italiane, secondo i criteri della Mostra al Civico, anche a Torino e a Biella. Mi avvalgo della collaborazione, già rodata da un paio d’anni con Giuseppe Garavana (quest’anno maturando) che ho conosciuto in ambiti extrascolastici, cogliendone al volo le grandi doti musicali e comunicative; lui a sua volta contatterà i suoi compagni-colleghi…
Quali sono per lei i nomi altisonanti del panorama nazionale che possono fregiarsi di capolavori?. Uno fra tutti credo possa essere Vasco Rossi… non a caso un verso di un suo testo ha ispirato un suo libro… perché partire proprio dal Blasco per interrogarsi sul senso della musica?
I nomi altisonanti sono parecchi, molti dei quali godono di fama internazionale, a partire da inizio Novecento l’operista Giacomo Puccini o il cantante Lirico Enrico Caruso. Vasco è invece l’identità nazionale in ambito rock, così come lo sono De André nella canzone d’autore e Mina e Battisti nella musica leggera. Il verso in questione è ‘voglio trovare un senso’ che mi sembra un’affermazione bellissima per conoscere o approfondire ogni cosa.
Dove insegna attualmente? Collabora ancora con l’UPO (sono un ex studentessa e se ben ricordo teneva dei corsi)?
Da settembre lavoro proprio al Liceo Musicale e al Liceo Economico-sociale dove però insegno materie letterarie. Per quanto riguarda i ‘suoni’ ho la cattedra di Storia della Musica Afroamericana ad un Master dell’Università Cattolica di Milano e le cattedre di Storia del Jazz e Storia del Pop al Corso di Laurea in Jazz del Conservatorio Vivaldi di Milano. Purtroppo con l’UPO al momento non faccio nulla!
Di lei parlano come di un’enciclopedia vivente di cinema e musica. Quando si inseriscono queste passioni nella sua vita? La sua biografia – deducibile dalle tante interviste che ha concesso – dimostra come è stato l’ambiente familiare a stimolarla positivamente. Che ruolo ha avuto suo padre in tutto ciò?
Non ho un sapere enciclopedico, tengo però a presentarmi come un esperto di contemporaneità, a 360°, ovviamente nelle discipline umanistiche. Mio padre per la Storia e per la musica classica e jazz. Mia madre per il cinema, il giornalismo e la narrativa sono stati fondamentali, grazie ai loro discorsi e ai libri e dischi che mi hanno comprato.
Il Jazz quando e dove si sviluppa? È giusto dire che l’evoluzione di questa musica vocale oggi è l’hip hop? Che cosa accomuna questi due generi? E in quali aspetti si sono distinti come oggi li conosciamo?
Il jazz si sviluppa a New Orleans a fine Ottocento ed è una storia bellissima che ho voluto raccontare in tanti miei libri. Semplificando si può dire che senza il jazz non esisterebbero oggi il rap e l’hip-hop e nemmeno il rock and roll e l’heavy metal. Jazz e hip-hop fanno parte della stessa cultura nera o afroamericana, anche se l’hip-hop deriva piuttosto dal talking blues che dal jazz strumentale. Sono due storie parallele, una ultracentenaria, l’altra di‘soli’ quarant’anni circa. Ma da un ventennio ci sono anche forme ibride chiamate rap-jazz a dimostrare forse le comuni origini.
Quando si parla di jazz è naturale associarlo al suo più massimo rappresentante, “Mister Jazz Louis Armstrong”. E in Italia chi ha rappresentato al meglio questo genere secondo lei?
La storia del jazz italiano può essere identificata con l’orchestra del crescentinese Cinico Angelini durante il fascismo, con Gorni Kramer nell’immediato dopoguerra, con il piemontesissimo Basso Valdambrini Quintet negli anni Cinquanta e Sessanta, con Giorgio Gaslini per quanto riguarda l’avanguardia del secondo Novecento, e oggi da gente come Stefano Bollani, Paolo Fresu, Enrico Rava famosi in tutto il mondo. Ma il jazzista più significativo per me resta Franco Cerri, 93 anni e ancora attivissimo.
Ha all’attivo tantissime pubblicazioni, alcune sicuramente curiose come quella sui Simpson. Perché scrivere un libro su questo serial americano? Cosa ha scoperto studiando la simpatica famiglia di Omer?
È un libro che ha quasi vent’anni, due volte ristampato (segno che piace ancora) pubblicato nel momento giusto in Italia (e anche in Spagna e Francia). Vedendo tutti quegli episodi ho scoperto che gli Americani sono bravissimi a rappresentare i loro problemi al cinema, nei libri e anche attraverso i disegni animati, magari scherzandovi sopra. Se solo gli Italiani avessero un minimo del loro coraggio…
Fino a ieri, diciamo anni Novanta, il Festival di Sanremo era lo spazio televisivo in cui chi aveva talento – e già un nome- poteva incrementare le probabilità di successo. Oggi assistiamo allo spopolare di programmi definiti “Talents”, penso ad Amici, X Factor, che assicurano la popolarità. Qual è il suo giudizio? Ritiene siano strumenti più democratici e davvero utili per garantire un’occasione a chi non riesce altrimenti a farsi strada?
Tutti dovrebbero ascoltare ciò che dicono in privato i miei colleghi di canto e di strumento, dai Licei ai Conservatori!!! I Talents sono l’appiattimento persino o la negazione della vera creatività che premia solo un certo tipo di esibizionismo, che non è nemmeno il migliore! Andrebbe invece incentivato un serio insegnamento della musica, rendendolo obbligatorio (come nel resto d’Europa) dalle elementari alle medie fino a tutte le scuole superiori, così come sono obbligatori l’Italiano e la Matematica!!!
Lei che studia la musica come considera YouTube. Molti cantanti oggi famosi paradossalmente sono riusciti a raggiungere le luci della ribalta senza bisogno di etichette discografiche ma grazie “I like” dei followers. YouTube riscrive in certo senso i meccanismi della musica tradizionale?
Sì, certo, eccome se li riscrive: è la teoria di Marshall McLuhan del villaggio globale (proposta esattamente mezzo secolo fa) che si avvera. Anche per gli studiosi la rete facilita il lavoro: quando, ragazzino, negli anni Settanta volevo ad esempio sentire il disco di rock francese, dovevo procurarmi l’indirizzo della casa discografica (cosa non facile occorrevano le guide del telefono o fare un sacco di telefono), quindi scrivere una lettera e aspettare il disco per posta: passavano intere settimane! Oggi con un clic ho subito il ‘mio’ disco!
Come cinefilo ha mai pensato di dedicare un libro all’analisi semiotica di un film. Se si quale film le piacerebbe analizzare e sviscerare? (Una sua collega e mia docente di Semiotica del Corso di Laurea in Comunicazione – Gabriella Pozzetto – ha per esempio dedicato un libro a Ultimo tango a Parigi. Se sì quale film le piacerebbe sviscerare?
L’ho già fatto con Riso amaro, film vercellese, anche se l’idea di questo mio volumetto è partita da Novara con un editore milanese; ho dedicato numerosi saggi (quasi piccoli libricini) a tanti lungometraggi, soprattutto quando ero assistente di Etica di Comunicazione (sempre in Cattolica) o di recente professore di Storia dei Mass media all’Accademia di Belle Arti di Novara. Anche ora in Conservatorio vediamo e analizziamo molti film (documentari e fiction) sul jazz. Ma, per concludere, se proprio dovessi scegliere un film per un intero libro, da nostalgico-romantico opterei per Casablanca (1942) di Michael Curtiz con Humprey Bogart e Ingrid Bergman…

