Minuta ma dal cuor di leone. La parlata spedita da cui traspaiono le sue origini croate stranamente accompagnate a qualche inflessione piemontese. Andreja Restek è stata protagonista della serata debutto di “Immagini Sdoppiate”, il progetto nato in seno all’Università Popolare per celebrare la fotografia in tutte le sue declinazioni. E cosa c’è di meglio di uno scatto vero, come quello rubato a un teatro di guerra, che senza post rielaborazioni e interposizioni racconta la verità. Una verità cruda e truce che la fotoreporter veicola attraverso i suoi scatti raccolti nel volume “Siria, dove Dio ha finito le lacrime”. In una sala Parlamentino, al piano terra del palazzo dell’Ovest Sesia gremita, Andreja, introdotta dalla Presidente Paola Bernascone Cappi, ha esplicato la sua dirompente scelta di vita: quella per cui si è staccata dalla tranquillità di Torino, in cui vive con il marito e la figlia, per farsi testimone di quello che succede laddove il nostro sguardo non può andare. Dopotutto si definisce una ribelle, lei che è nata laddove vigevano regole di genere non scritte ma ben introiettate per cui soltanto le donne dovevano occuparsi del focolare domestico e dei bambini, per lasciare ai loro partner le realizzazioni professionali. E così che ha avuto inizio il suo riscatto sociale quando, con vecchia macchina fotografica di produzione russa presa in prestito al padre, è stata fagocitata dai teatri di guerra.
A rapire l’attenzione del pubblico, comodamente seduto sugli scranni di velluto, il suo trascorso nel cuore della tragedia Siriana dal 2012 al 2015 dove dominano conflitto e disperazione. I suoi scatti non sono perfetti, con molta modestia la giornalista si sofferma su questo aspetto: «in guerra non c’è tempo per curare la posa, si immortala una sparatoria, un ferito steso su una barella di fortuna, un cecchino». Il suo è un viaggio a braccetto con la morte, ne è ben consapevole come quella volta che è dovuta fuggir
e in Turchia per evitare un rastrellamento ad opera dei mujaheddin. La paura accompagna costantemente le sue avventure ma è una compagna fedele «perché ti suggerisce il limite da non superare –confessa- Se un giorno non avessi più paura, spero avrò il buon senso di smettere di fare questo lavoro». Fare la fotoreporter significa testimoniare un quotidiano che ormai è sceso a patti con la devastazione e una cattiveria che non risparmia nessuno: «All’inizio mi stupivo che i bambini feriti non piangessero. E invece hanno una forza interiore che impedisce loro di disperarsi. In molti casi non hanno più nulla. Anche se sono lì per raccontare, mi auguro sempre che il destino abbia scritto per loro un futuro diverso in grado di proteggerli da rapimenti o vendite». Andreja si sofferma sulla difficoltà di un mestiere che impone di muoversi in società fortemente maschiliste in cui la donna vale meno di niente, e che ha avuto modo di constatare da vicino, un aspetto ben impresso nella fotografia della dottoressa siriana: «A questo medico donna era impedito di avvicinarsi al paziente, era autorizzata a dare indicazioni ai colleghi su come intervenire per estrarre una pallottola». Un maschilismo insensato che lei stessa ha subito «come quando un gruppo di ribelli di Al Nuzra, per testare la mia audacia, mi ha sottoposto una serie di prove ad esempio obbligandomi ad alzarmi e inginocchiarmi per mezz’ora e a mangiare cibo volutamente sporcato di terra. Ma io non li ho contraddetti, ho accettato il loro modo di trattarmi senza oppormi e alla fine hanno riconosciuto la mia tenacia chiamandomi “donna dal cuore forte”».
La guerra rende normali atteggiamenti altrimenti raccapriccianti come quello della bambina di 5 anni, figlia di un medico, che trascorreva le sue giornate a irrorare d’acqua, con uno spruzzino, le macchie di sangue lasciate dai pazienti sul pavimento d’ingres
so dell’ospedale. Eppure Andreja, addomesticata a così tanta violenza, non ha perso quella empatia che, anche di fronte ai dictat di un mestiere che impone lo scatto ad ogni costo, ti suggerisce quando ci si deve fermare: «In Siria le prime volte mi capitò di fotografare un gruppo di giovani che dal cassone di un pick up cercavano di soccorrere un compagno ferito. Solo dopo mi resi conto che erano ribelli del gruppo Al Nuzra affiliato di Al Qaida per cui essere immortalati è peccato. Il loro sguardo di sfida mi impedì di continuare a scattare». E quando una gentile signora seduta in prima fila le chiede cosa la spinge a rischiare la vita, risponde con onestà: «Credo che gli italiani vogliano conoscere, non possono accontentarsi solo di Grande Fratello e Maria De Filippi. E io sono qui apposta per descrivere quello che succede nei teatri di guerra laddove Dio ha perfino finito le lacrime».
fonte dell’immagine usata nell’articolo
http://augustomontaruli.it/blog/tag/andreja-restek/

