«Il lavoro dell’attore è tutt’altro che facile… implica il lavoro su se stessi, che è la parte più difficile perché non è il lavoro sull’idea che uno ha di sé, o che vorrebbe gli altri avessero, ma su quello che è realmente. Questo, lo so, è difficile, ma è il lavoro dell’attore».  A parlare è Carlo Curato titolare del “Laboratorio Teatrale” in partenza dalle aule dell’Università Popolare di Vercelli martedì 21 febbraio. Una novità della programmazione annuale della accademia culturale vercellese che offre un’occasione unica per misurarsi con il palcoscenico e il suo fascino. Ne potrebbe derivare uno spunto per un hobby interessante oppure il decollo di una nuova professione. Dopotutto Carlo Curato, dall’alto della sua esperienza, ha già avuto modo di fare da talent scout inaugurando il debutto teatrale di giovani reclute ora affermate nel settore come Alessandro Averone, che ha poi varcato con altrettanto successo il mondo del cinema.

Breve curriculum vitae di Carlo Curato:

Classe 1954, diplomato all’Istituto D’arte drammatica Silvio D’amico – Roma. Centro di formazione Teatrale Teatro Nuovo di Torino. Seminario e Stage con J. Grotowski– Pontedera. Nella sua carriera, vanta spettacoli con lo Stabile di Roma, di Torino,  Palermo,  l’Eliseo di Roma, lo Stabile ragazzi di Torino, il Teatro delle 10.  Doppiatore presso la Videodelta di  S.Giusto Canavese e CDC  di Milano. Ha all’attivo programmi radio per le regie di Massimo Scaglione e Tonino Pulci. Insegnante di Recitazione presso il  CFT di Torino. Co-fondatore di Margutte Teatro, con cui vince il premio ETI nel 1990 e partecipa al festival di Sant’Arcangelo.  Sempre con Margutte Teatro vincitore di due edizioni della rassegna “Differenti sensazioni” Partecipa con il Teatro dell’Elcamo a due edizioni di ” Torino contemporanea” e “il Gioco del Teatro” con il Teatro Dell’Angolo. Svolge stages e corsi di recitazione nelle scuole superiori e all’Università del Piemonte Orientale – sede di Vercelli.

Quando si è avvicinato al teatro? Durante la scuola o nella maturità?

Non sono nato con la passione, non ricordo di aver fatto recite alle elementari o simili. Presa la maturità ho seguito delle intuizioni, non sapevo cosa fosse realmente il teatro, ma mi piaceva esplorare e conoscere le dinamiche della vita, l’umanità, i rapporti tra le persone, insomma quello che volgarmente viene definito “mondo” e seguendo questa inclinazione e diciamo, questa intuizione, mi sono iscritto all’Accademia e da li è partito tutto.  La mia intuizione era esatta, d’altronde prima o poi si incontra il proprio demone.

Parliamo della fortunosa esperienza del Margutte Teatro?

Ero il direttore artistico e uno dei registi. Margutte nasce dall’incontro con altri attori che provenivano dal teatro comunemente definito “ufficiale”, come me stanchi e delusi dal modo di concepire il teatro secondo canoni ormai usurati. Trovammo in fretta un linguaggio comune e producemmo spettacoli dove si lavorava principalmente sulla “parola.

Cosa la affascina di questo mondo e quali sono i grandi autori cui si ispira?

Mi interessa la conoscenza.  Esplorare le modalità umane che sono infinite. Il fatto che il teatro, volenti o nolenti, è sempre la massima rappresentazione della realtà. E far parte di questo mondo è straordinario. Non ho particolari autori a cui mi ispiro, amo ad esempio Pinter e Bernhard ma il discorso sarebbe complesso ed esula persino dall’ambito teatrale.  

Predilige un teatro comico o drammatico. Per quale motivo?

Sinceramente rifuggo le definizioni, specie in teatro. Ritengo che i canoni della drammaturgia siano ormai logori, mi piace la definizione di Gérard Genette che diceva che “Il comico non che è il tragico visto di spalle”. Credo che il comico, il vero lato comico nel teatro, sia quello che gioca con il dramma, lo fa balenare, non lo esclude. Shakespeare o Cechov in questo senso son maestri. Mi interessa, in definitiva, che il lavoro sia fatto con onestà, senza volgarità e cialtroneria. Poi va tutto bene, ovviamente da Petrolini ai comici televisivi ne passa, ma questo è un altro discorso.

Leggo che ha anche doppiato…si è trattato di prodotti per la televisione o rivolti ad altri canali?

Erano le famose Telenovelas, argentine e brasiliane e un paio di film anche se il doppiaggio non è mai stata una mia grande passione.

Ha anche avuto esperienza di radiofonia…?che tipo di programmi radiofonici ha curato?

Si facevano all’epoca, non so se esistono ancora oggi, dei veri e propri sceneggiati radiofonici, a puntate, tratti spesso da romanzi e biografie. Era una cosa bella, interessante se vogliamo e ho imparato molto da quell’esperienza.

Attualmente cosa fa per lavoro? Vive col teatro…leggo che lei varca anche le soglie di aule universitarie e scolastiche laddove cioè si possono scovare nuovi talenti.

Lavoro sulla scrittura teatrale, il teatro oggi è impossibile farlo. Ci sono costi esorbitanti e poche persone disposte a rischiare. Del lavoro fatto nelle scuole posso dire che ci sono ragazzi che adesso lavorano e sono professionisti, non faccio nomi perché poi mi dimentico qualcuno… Su tutti però devo citare Alessandro Averone, che da anni sta facendo esperienze davvero importanti.  Sono tutte storie molto significative e fanno riflettere sul fatto che il tempo, le energie  e anche l’affetto che ho dedicato loro non è stato invano.

Teatro e televisione, due mondi all’apparenza agli opposti ma mi sono sempre chiesta perché persone prestate all’arte del teatro poi si prestano altrettanto bene allo schermo televisivo… penso a Gigi Proietti, Enrico Montesano, per citarne alcuni…quale è il file rouge che lega questi due ambiti?

Sono mondi indubbiamente differenti, ma la necessità nasce dal fatto che la televisione originariamente aveva bisogno di attori bravi, c’erano gli sceneggiati, le riviste, le commedie. Penso anche a Foà, Orsini, Pani, la Valeri, Manfredi e via dicendo. Oggi manca questa necessità, il prodotto è diverso e servono altre caratteristiche.

Cosa pensa del successo?

Personalmente non ho mai creduto al “successo” e non mi è mai interessato, non è sinonimo di “qualità” in teatro, almeno.

I corsisti Unipop a quale tipo di teatro si avvicineranno? Può annunciarci qualcosa sul corso in partenza?

Diciamo che parto sempre da tre punti fermi: la tecnica, che è fondamentale per poter veicolare un’idea, lo stare in scena e tutte le implicazioni che questo comporta. L’etica teatrale cioè il rispetto, l’educazione, la generosità verso l’altro e poi il lavoro su se stessi, che è la parte più difficile del mestiere dell’attore.