Nella fase matura della propria esistenza è fisiologico perdere quell’elasticità mentale che consente di ricordare dettagli importanti o il luogo preciso in cui sono state riposte le chiavi dell’auto. Quante volte capita di sentire la nonna o l’anziana vicina lamentarsi per non essersi ricordata di conferire la spazzatura o assumere la medicina. Non sempre però queste “defaillance” sono sintomi di qualcosa più grave, come il deterioramento cognitivo cui va incontro chi è affetto da Alzheimer. Tuttavia chi è entrato nel buco nero della perdita della memoria, ovvero un decadimento fisico e mentale accelerato, ha bisogno del supporto dei familiari, costretti a confrontarsi con situazioni difficili da gestire, soprattutto nel lungo periodo. Nasce dunque dalla volontà di ricreare uno spazio di trattazione e di approfondimento rivolta ai caregiver il corso dell’Università Popolare “Deterioramento cognitivo e perdita della memoria”. Senza pretese terapiche, l’aula può diventare un luogo intimo in cui persone che condividono la stessa condizione di assistente, possono ritrovare l’equilibrio psico-fisico necessario per essere davvero di aiuto al loro caro.
Barbara Ciconi, titolare del corso, ci racconta di lei e delle sue aspettative.

image003Dott.ssa Ciconi, le chiederei di condensare la sua esperienza professionale.
Sono Psicologa Clinica specializzata in Psicoterapia. Lavoro privatamente con adolescenti, adulti, anziani. Mi occupo di comuni disturbi di ansia e depressione, di sostegno alla genitorialità, di problemi relazionali e di malattie organiche ad alto impatto emotivo. Inoltre faccio parte, come psicologa, dell’equipe del Centro di Senologia Breast Unit di Tortona. Da alcuni anni ho approfondito il deterioramento cognitivo con un master in  Neuropsicologia. Sono specializzata anche in disturbi alimentari in età pediatrica.

La perdita della memoria ha un’incidenza maggiore in quale fase della vita?
L’aumento dell’età media implica una maggiore incidenza di polipatologie, tra cui quelle legate al deterioramento cognitivo. C’è una forte correlazione  infatti tra invecchiamento patologico e fisiologico

Ci sono dei sintomi? Dei campanelli d’allarme per cui un familiare può iniziare a preoccuparsi?
Con il passare degli anni, dimenticare qualche volta dove sono state messe le  chiavi o dimenticare di fare una telefonata, fa parte del fisiologico processo d’invecchiamento. Invece, quando ci troviamo di fronte a dimenticanze costanti, disorientamento spazio-temporale, confusione, senso di smarrimento, il non riconoscimento di volti conosciuti, allora è importante rivolgersi al proprio medico per un approfondimento. E’ bene infatti sapere che una diagnosi precoce, e quindi successive cure adeguate, sono fondamentali per il rallentamento della malattia. Oggi una diagnosi precoce viene fatta solo ancora nel 50% dei casi.

In che modo il caregiver, dal confronto con le esperienze condivise- può trarre un conforto e imparare a prendersi cura dell’assistito?
Il caregiver in letteratura viene definito “vittima nascosta” della malattia. Questo perché il familiare tende a trascurarsi e a dedicare tutte le energie alla persona malata. Confrontarsi con un professionista e con altre famiglie permette di capire in che modo si possa essere veramente di aiuto, senza avere ricadute sulla propria salute psico-fisica. Se il caregiver si sente supportato infatti migliora la qualità di vita sia di se stesso, che della persona malata. In qualche modo è come se il caregiver diventasse un neuro protettore per la malattia.

Quante persone soffrono di disturbi della memoria? Chi è più predisposto?
I dati del World Alzheimer Report (2015) indicano che circa 40 milioni di persone sono affette da una qualche forma di demenza e ogni 3 secondi viene fatta una nuova diagnosi. Diciamo che non si può parlare di una predisposizione ma di fattori di rischio e protettivi. La situazione è molto complessa e presenta molte variabili come fattori genetici, stili di vita, malattie cardiovascolari…  La scolarità è un forte fattore protettivo del declino cognitivo, ma appunto non è sufficiente per escludere una diagnosi di demenza.

A chi consiglierebbe il suo corso? 
Il corso è rivolto ai familiari/caregiver delle persone con un disturbo cognitivo, da lieve a grave, in terza età. Il caregiver diventa infatti l’attore principale del processo di cura e assistenza della persona cara, vive a stretto contatto spesso con comportamenti incongrui difficili da gestire, sia nel contesto domestico che fuori. L’obiettivo principale del corso è favorire una maggiore auto efficacia del familiare, proponendo strumenti e strategie per gestire i vari comportamenti.

Anche il caregiver non e’ immune a forme di esaurimento nervoso. Come affrontarle?
Il familiare può avere ricadute di natura psico-fisica. Alcuni sintomi frequenti sono ansia, depressione, difficoltà a dormire, disturbi somatici per cui ci si rivolge più spesso al proprio medico di famiglia, difficoltà relazionali. In questi casi è consigliabile una presa in carico psicologica per riuscire ad affrontare più serenamente la gestione di un congiunto con demenza senile.