Il suo più grande rammarico è che nessuno tra i suoi antenati ha saputo far parlare di sé. Nessuno tranne lui, Eliseo Bruno Niemen, la chiave di volta di un percorso artistico che dura dal XXVIII secolo. Eliseo, per tutti Bruno, nel giro di pochissimi mesi è riuscito risvegliare l’interesse della città di Vercelli verso quello spicchio del teatro di figura che ancora oggi incarna. Dopo anni di oblio, è sufficiente lo scossone de “La Rete” perché Niemen e il suo grande teatro dei burattini ottengano il Patrocinio dell’Unesco e un palcoscenico speciale al Museo Leone dove va in scena “Il nostro antico Popolo di legno” grazie al quale l’artista vercellese manovra i suoi 150 burattini attirando 2730 estimatori di ogni età.

La città del riso è quindi pronta a dare il giusto merito a un patrimonio culturale dal valore incommensurabile e con lei l’Università Popolare di Vercelli che, insieme alla sua Presidente, Paola Bernascone Cappi, ha lanciato una sfida: istituire un corso pratico-laboratoriale dal titolo “Teste di legno. Teste ben fatte” per stimolare riflessioni e approfondimenti sul teatro di figura piemontese e, opportunità non poi così remota, trovare nuovi proseliti disposti a fondare la prima Accademia italiana di burattinai professionisti.

Abbiamo incontrato il protagonista indiscusso di questa rivoluzione, Bruno Niemen, ultimo testimone vivente di un arte che accomuna ben sette generazioni di artisti. Eliseo è un uomo semplice e onesto: non nega che per mantenere un mestiere così antitetico e poco redditizio, rispetto ad una società che si nutre in modo compulsivo di tweet e selfie, ha dovuto dedicarsi ad altre mansioni, come traslochi e piccoli lavori artigianali.
Eppure nonostante le difficoltà, soprattutto economiche, se Bruno oggi può “continuare ad animare” i suoi compagni di legno è grazie alla tenacia con cui ha creduto nelle potenzialità dei suoi spettacoli.

«Viviamo l’era dei videogiochi, del cinema 3D, dei telefonini super intelligenti ma l’incanto che i bambini provano quando vedono i burattini muoversi dalle mie mani è immutata. Quel linguaggio narrativo tipico della fiaba, quell’intercalare piemontese che caratterizza il protagonista delle mie avventure, Gianduja, quella sua apparente ingenuità con cui affronta le storie della vita piacciono ancora».

Sette generazioni di burattinai hanno tramandato quelle stesse storie cui ancora oggi Bruno, seppure con le piccole aggiunte e stravolgimenti tipici della trasmissione orale, affida il suo talento. Ma con una diversità: Bruno è il primo artista di tutta la sua gens a comprendere come fosse importante trascrivere quelle trame per conservarle dall’oblio.

Reduce dal Festival Mondiale del Teatro delle Marionette a Charleville Mézières, nel dipartimento delle Ardenne, che gli ha riservato un posto d’onore, con lo stesso entusiasmo con cui ha partecipato a questa grande kermesse a cielo aperto, si prepara a far rivivere i suoi burattini. Bruno ancora bambino, negli anni ’60, ha accompagnato il padre in molte aule, meravigliando i bambini con il suo teatrino di Gianduja e Testafina.

Oggi padri e nonni riscoprono con meraviglia che quegli spettacoli genuini sopravvivono alla tecnologia.

«In molte città dello stivale pullulano associazioni con lo scopo di riscoprire il teatro di figura, purtroppo senza avere la fortuna di dialogare con chi ha reso viva questa tradizione. Vercelli ha un’esclusiva singolare: chi rappresenta questa forma di spettacolo è ancora vivo e può essere “usato” per mantenere vivo un patrimonio intramontabile»

…è l’auspicio di Bruno Niemen.